
Le scuole riaprono. Le verifiche di vulnerabilità restano ferme.
Ogni settembre, insieme alla campanella, torna il titolo di giornale: «La scuola del quartiere ha un indice di rischio sismico di 0,28». Sotto, i commenti dei genitori che chiedono se possono ancora mandarci i figli. Sopra, un numero che quasi nessuno di quelli che lo leggono sa interpretare.
Facciamo il nostro da abbastanza anni per dire una cosa impopolare: quel numero, da solo, non dice quasi niente. E il problema più serio non è che sia basso. È che per più di metà degli edifici scolastici italiani quel numero non esiste proprio.
Cos'è, tecnicamente, quel numero
L'indicatore che compare nelle verifiche di vulnerabilità (le NTC 2018 lo chiamano ζE) è un rapporto: da una parte l'azione sismica massima che l'edificio riesce a sopportare così com'è, dall'altra l'azione sismica che si userebbe oggi per progettare quella stessa scuola, nuova, in quel punto esatto, con quella destinazione d'uso.
Quindi 0,28 non significa che la scuola sta in piedi per il 28%, e non significa che al primo scossone se ne va. Significa che, misurata con il metro che usiamo per il nuovo, arriva al 28% di quel metro.
Il metro è severo, e lo è per scelta. Una scuola nuova viene progettata per un terremoto raro, quello che statisticamente passa una volta ogni qualche centinaio di anni. Applicare quel metro a un edificio costruito ad esempio nel 1962 produce per forza numeri bassi. Non è uno scandalo: è aritmetica.
Le tre cose che quel numero non dice
Non dice che l'edificio va chiuso domani. Su questo c'è anche giurisprudenza, non solo opinione tecnica: la Cassazione, con la sentenza n. 21175/2019, ha chiarito che la non conformità di una costruzione esistente agli indici di sicurezza sismica non fa nascere di per sé un obbligo immediato di intervento. Chi gestisce l'immobile deve programmare le misure più opportune tenendo conto della vita utile residua, della classe d'uso e delle risorse disponibili. L'indice ha carattere probabilistico: serve a programmare nel tempo, non a emettere una sentenza di agibilità nel pomeriggio.
Non è confrontabile alla cieca con quello della scuola accanto. L'indice dipende dal livello di conoscenza raggiunto sull'edificio, e il livello di conoscenza dipende da quante indagini sono davvero state fatte: saggi, prove sui materiali, rilievi delle armature. Chi si è limitato alle carte di archivio lavora con fattori di confidenza penalizzanti e porta a casa un numero più basso di quello reale. Chi ha aperto i muri e provato i materiali ottiene un numero più alto e più vero, ma spende di più per arrivarci. Aggiungiamo che lo stesso edificio, misurato in termini di accelerazioni o in termini di periodi di ritorno, restituisce valori diversi, e si capisce perché mettere in classifica gli indici di venti scuole senza guardare come sono stati ottenuti è un esercizio che serve solo ai titoli.
Non dice dove intervenire. Questo è il punto che fa più rabbia. Il numero è la copertina. Il valore della verifica sta dentro: quale meccanismo cede per primo, se è un piano debole, un pilastro tozzo, un nodo trave-pilastro senza staffe, una tamponatura che si ribalta addosso al corridoio. Due edifici possono avere lo stesso 0,3 e avere davanti due destini opposti. In uno il problema si sposta con qualche decina di migliaia di euro di rinforzi localizzati; nell'altro, per guadagnare due decimi, devi svuotarlo e rifarlo.
A cosa serve, allora
A mettere in fila. Un ente che ha in gestione quaranta edifici scolastici e un budget che ne copre tre non ha un problema tecnico: ha un problema di ordine. L'indice è lo strumento che trasforma "sono tutte vecchie" in "queste tre prima delle altre, e per questi motivi".
Il criterio corretto non è nemmeno "partiamo dall'indice più basso". È quanto si guadagna in sicurezza per ogni euro che si spende, incrociato con quante persone ci stanno dentro e per quante ore. Una palestra usata due pomeriggi a settimana e un plesso con quattrocento alunni non pesano uguale, anche a parità di numero. Il ragionamento è brutale ma è l'unico onesto: i soldi pubblici sono finiti, e ogni euro messo dove rende poco è un euro tolto a un edificio che ne aveva più bisogno.
Ecco perché diciamo che l'indice non è un voto. È il modo di decidere in che ordine si spende.
Il numero che manca
Adesso la parte scomoda. Il rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente pubblicato a settembre 2025, su 7.063 edifici in 97 comuni capoluogo, dice che il 54,8% degli edifici non ha beneficiato della verifica di vulnerabilità sismica. Meno del 15% degli edifici in zona sismica risulta progettato o adeguato secondo la normativa antisismica. Il 47% ha il certificato di agibilità, il 45% il collaudo statico.
L'obbligo di verifica per gli edifici strategici e rilevanti, scuole comprese, esiste dal 2003, dall'ordinanza 3274 arrivata dopo San Giuliano di Puglia. Il termine ultimo per le zone 1 e 2 è scaduto il 31 dicembre 2018, dopo anni di proroghe È scaduto e non è successo niente. Nessuna conseguenza, nessun contatore che si accende, nessuno che bussa.
Perché non si fanno? La ragione economica non regge fino in fondo: una verifica costa una frazione di quello che costa l'intervento che eventualmente ne discende. Le ragioni vere sono due, e nessuna delle due è tecnica. La prima è che una verifica non si inaugura. Non c'è nastro da tagliare, non c'è la foto con il cantiere aperto, e in un mandato amministrativo questo pesa più di quanto sia elegante ammettere. La seconda è la paura del risultato: finché non lo si misura, il problema è generico; quando lo si misura, diventa un numero scritto in un atto, con una data e una firma sopra.
L'ordine è sbagliato: la verifica non è il costo che precede l'intervento, è lo strumento con cui si decide se l'intervento serve, dove serve e quanto deve costare. Senza, si sta spendendo a sensazione. E spendere a sensazione su soldi pubblici, nel 2026, è una posizione difficile da difendere.
C'è anche un motivo molto più prosaico per farle: già dal decreto interministeriale del 29 dicembre 2017 la conoscenza dell'indice di sicurezza sismica è condizione per accedere a diverse linee di finanziamento sull'edilizia scolastica. Chi non ha la verifica non è solo al buio: è fuori dalla fila quando i soldi arrivano.

Cosa chiedere a chi la verifica la esegue
La differenza tra una verifica che serve e una che riempie un archivio sta in poche cose, e vale la pena metterle nero su bianco già nel disciplinare.
Il livello di conoscenza dichiarato, con l'elenco delle indagini effettivamente eseguite e non solo previste. I meccanismi di collasso attesi, descritti uno per uno e non riassunti in una tabella. Almeno due scenari di intervento, con il costo stimato e l'indice che si raggiungerebbe in ciascuno: è l'unica informazione che permette di scegliere. E una relazione che possa leggere anche chi non è uno strutturista, perché la decisione, alla fine, la prende un dirigente o una giunta, non l'ingegnere. Una verifica che si chiude con un numero e nessuno scenario è mezza verifica.
L'indice basso non chiude una scuola. L'indice assente non la tiene aperta: la lascia solo senza una risposta, il giorno in cui la domanda arriva da un genitore, da un giornalista o da un magistrato.