
CAM edilizia 2026: il BIM è entrato nel contratto. Per chi appalta è una garanzia, non un costo
Fino a qualche mese fa, in un bando per la progettazione di una scuola o di una sede comunale, il BIM era spesso una riga premiante: chi lo offriva prendeva qualche punto in più, chi non lo offriva poteva comunque concorrere.
Con i nuovi Criteri Ambientali Minimi per l'edilizia, il BIM è diventato una clausola contrattuale. Tradotto: non è qualcosa che il progettista può scegliere di portare in dote per fare bella figura, è qualcosa che il contratto impone. E questo cambia il modo in cui un'amministrazione dovrebbe leggere quel requisito. Non come un costo aggiunto da subire, ma come una garanzia che si è scelta di pretendere.
Cosa è cambiato, in concreto
Il decreto è il DM 24 novembre 2025 del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre 2025, aggiorna e supera i CAM del 2022, allineandoli al Codice dei contratti pubblici e al quadro ambientale europeo.
La novità che ci interessa qui è secca: la progettazione in BIM, prima collocata tra i criteri premianti, è ora inserita tra le clausole contrattuali per l'affidamento dei servizi di progettazione. Da incentivo facoltativo a obbligo di gara.
Non è l'unica cosa che si muove, e una in particolare merita un cenno perché tocca un nervo scoperto del nostro clima. I nuovi CAM isolano la prestazione energetica estiva come criterio a sé, separata da quella invernale, e ne chiedono la verifica con un metodo di calcolo dinamico orario. In altre parole: non basta più dimostrare che un edificio si scalda bene d'inverno, bisogna dimostrare che non diventa un forno d'estate.
Il BIM, spiegato a chi non lavora nei cantieri
Qui di solito si parte con le sigle e si perde metà dei lettori. Facciamo il contrario.
Immaginiamo un progetto tradizionale: una pila di tavole, relazioni, computi. Tutti documenti separati. Se cambiamo l'altezza di un solaio nel disegno, dobbiamo ricordarci di aggiornare a mano la relazione strutturale, il computo, la tavola degli impianti. Se ci dimentichiamo, il progetto contiene un errore. E gli errori nei progetti si pagano in cantiere.
Il BIM è un modo diverso di lavorare. Invece di tante tavole scollegate, si costruisce un unico modello digitale dell'edificio in cui ogni elemento (un muro, una trave, una finestra, un tubo) non è solo un disegno, ma un oggetto che porta con sé le sue informazioni: di che materiale è, quanto pesa, quanto costa, che prestazione energetica ha. Cambiamo l'altezza del solaio una volta sola, e tutto il resto si aggiorna di conseguenza. Computo compreso.
Non è una moda da addetti ai lavori. È un cambio di metodo. E come ogni cambio di metodo, fa la differenza non quando va tutto liscio, ma quando qualcosa va storto.
Perché per una stazione appaltante è una garanzia
Mettiamoci nei panni di chi appalta: un Comune, una Provincia, un ente che firma un contratto da centinaia di migliaia di euro e poi deve portare l'opera a fine corsa senza sorprese. Le sorprese, nei lavori pubblici, hanno tre nomi ricorrenti: varianti, ritardi, contenzioso. Quasi sempre nascono da progetti che non si parlavano al loro interno. L'impianto che passa dove c'è una trave. Il computo che non torna con quello che si costruisce davvero. La verifica che scopre l'errore quando il cantiere è già aperto.
Un modello BIM coordinato attacca esattamente questo. Le interferenze tra strutture, impianti e architettura si vedono a schermo, prima della gara dei lavori. I computi escono dal modello, quindi misurano l'edificio che è disegnato, non un edificio ideale. La verifica e la validazione del progetto lavorano su una base unica e coerente.
Per questo possiamo dire che il BIM richiesto dai CAM non è un costo aggiunto. È il prezzo di una garanzia: meno varianti in corso d'opera, meno riserve dell'impresa, meno rischio di sedersi a un tavolo di contenzioso a opera quasi finita. Un'amministrazione che lo pretende sta comprando tranquillità, non burocrazia.
L'opera che continua a parlare anche dopo la consegna
C'è un secondo vantaggio che spesso si dimentica.
Quando un'opera pubblica viene consegnata, di solito il progetto finisce in un archivio e l'ente eredita una scatola che dovrà manutenere per i prossimi trent'anni, spesso senza sapere bene cosa c'è dentro i muri. Il modello BIM, se è fatto per durare, diventa un gemello digitale dell'edificio: una copia informativa che resta consultabile dopo la fine dei lavori. Dove passano gli impianti, quando è stata posata una pompa di calore, quale serramento sostituire e con quali caratteristiche. La manutenzione smette di essere archeologia.
Per un ente che gestisce un patrimonio di scuole, palestre e uffici, questo è il punto. L'opera non si chiude alla consegna: si gestisce per decenni. Il BIM serve anche, e forse soprattutto, a quei decenni lì.

Coordinare il BIM o subirlo
C'è una distinzione che i bandi non scrivono ma che decide tutto. Un conto è inserire la parola «BIM» nel contratto. Un altro è avere chi quel BIM lo sa coordinare davvero.
I nuovi CAM, non a caso, hanno ampliato e dettagliato i criteri premianti legati alla competenza dei progettisti, distinguendo tra esperienza dichiarata e competenze certificate. Non basta più dire «lo so fare»: conta poterlo dimostrare. Chi mette in gara figure certificate parte avvantaggiato, e l'amministrazione che le riceve ha una garanzia in più sulla qualità di chi le starà accanto.
È la differenza tra uno studio che il BIM lo gestisce dall'interno e uno che lo affida a una consulenza esterna per spuntare la casella. Il primo coordina; il secondo subisce.
In INSPIRENG il BIM non è arrivato con i CAM 2026: era già il nostro modo di lavorare. Lo coordiniamo con figure interne certificate secondo la UNI/PdR 78, BIM Manager e BIM Specialist, con una dotazione software completa per la modellazione architettonica, strutturale e per la computazione. A questo si aggiunge la competenza specifica sui CAM, con un esperto certificato in studio, e la qualità di processo certificata ISO 9001.