Il caldo estremo in cantiere non è un'emergenza che capita: è un rischio prevedibile, da mettere acronoprogramma. Il lavoro del coordinatore della sicurezza.

Il caldo in cantiere non è un imprevisto. È una voce del cronoprogramma

Ogni anno la stessa scena
A metà giugno arriva l'ordinanza regionale. Stop al lavoro all'aperto dalle 12:30 alle 16:00 nei giorni di rischio alto. In cantiere qualcuno si sorprende, qualcuno protesta, si perdono giornate intere e si rincorre il recupero a settembre. L'anno dopo, identica scena.
Il fatto è che di sorprendente non c'è niente. Le estati sono calde, lo sono sempre di più, e le ondate di calore non sono un evento raro: sono il clima di giugno, luglio e agosto. Trattare il caldo come un imprevisto che piomba sul cantiere significa, semplicemente, non averlo messo in conto.
E un rischio che si conosce in anticipo non è un imprevisto. È una voce del cronoprogramma.


Il caldo è un rischio valutabile, non un capriccio del meteo
Chi non lavora con la sicurezza tende a pensare al colpo di calore come a una sfortuna: il giorno storto, l'operaio che ha bevuto poco. Dal punto di vista normativo è un'altra cosa. Il microclima rientra tra gli agenti fisici da valutare ai sensi del D.Lgs. 81/2008, esattamente come il rumore o le vibrazioni. Vuol dire che lo stress termico va analizzato nel documento di valutazione dei rischi e, in cantiere, nel POS e nel PSC. Non è facoltativo, e non dipende dal fatto che una Regione abbia firmato o meno un'ordinanza.
Questo è il primo equivoco da sciogliere. L'ordinanza regionale non crea l'obbligo: lo rende solo più visibile. L'obbligo di proteggere chi lavora dal calore esisteva già, dentro il testo unico sulla sicurezza.


Cosa dicono davvero le ordinanze (e cosa non dicono)
Quest'anno le Regioni si sono mosse in anticipo. Diverse ordinanze per l'estate 2026 sono già state firmate a fine maggio, con circa un mese di anticipo rispetto agli anni precedenti, segno che il caldo estremo non viene più considerato un'eccezione tardo-estiva. La struttura è quasi sempre la stessa: divieto di lavoro nelle fasce centrali della giornata, indicativamente dalle 12:30 alle16:00, nei giorni in cui la mappa del portale Worklimate (il sistema INAIL-CNR che pubblica le previsioni di rischio da calore) segnala un livello alto per chi lavora esposto al sole con attività fisica intensa. I settori sempre citati sono agricoltura, florovivaismo, cave e cantieri edili all'aperto.
C'è però un dettaglio che molti leggono male. Quasi tutte le ordinanze si applicano qualora lemisure di prevenzione adottate non bastino a eliminare il pericolo. Tradotto: il divieto orario è l'ultima rete, non la prima. La responsabilità della valutazione resta in capo al datore di lavoro e a chi coordina la sicurezza. Se si organizza il cantiere in modo che alle 13:00 nessuno sia su un ponteggio esposto, l'ordinanza non ti ferma, la si anticipa.


Qui entra il coordinatore della sicurezza
Ed è esattamente questo il punto in cui il caldo smette di essere un problema del meteo e diventa un problema di progetto.
Il coordinatore della sicurezza in fase di progettazione (CSP) redige il PSC prima che il cantiere apra. È il momento in cui le scelte costano poco e valgono tanto. Se un'opera con lavorazioni pesanti all'aperto è prevista da giugno ad agosto, lo stress termico va scritto lì dentro, nel cronoprogramma, accanto al rischio caduta dall'alto e a tutti gli altri rischi. Non a luglio, quando l'ordinanza è già sul tavolo e l'unica opzione rimasta è fermarsi.
In concreto significa decisioni semplici, prese al momento giusto:
- spostare le lavorazioni più gravose nelle prime ore del mattino;
- prevedere zone d'ombra, aree di riposo e punti acqua già nel layout di cantiere;
- programmare turni e rotazioni che riducano l'esposizione continua;
- legare il cronoprogramma alle previsioni di Worklimate, non al calendario rigido.

Cosa succede se non lo si pianifica
Vale la pena dirlo chiaro, perché è la parte che di solito resta implicita.
Non programmare il rischio caldo non significa solo rischiare la salute di chi lavora, che già basterebbe. Significa anche esporre l'impresa e il committente a conseguenze concrete. Una
recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato la morte di un lavoratore colpito da un grave colpo di calore in cantiere, riportando la questione sul terreno della responsabilità penale per la sicurezza. E quando un cantiere si ferma in emergenza, le giornate perse pesano sul cronoprogramma e sui costi molto più di quanto avrebbe pesato programmarle.
C'è anche uno strumento che spesso le imprese edili scoprono troppo tardi: per le sospensioni dovute alle temperature elevate è possibile ricorrere alla cassa integrazione ordinaria, secondo i criteri INPS legati al caldo eccessivo. Ma anche la cassa integrazione funziona meglio se è prevista, non se la si invoca nel panico di agosto.

Il caldo si mette a cronoprogramma in primavera
Il caldo non è un evento da subire, è una variabile da progettare. Lo sappiamo a marzo che luglio sarà torrido. L'unica vera domanda è se lo scriviamo nel piano quando il cantiere è ancora un disegno, o se aspettiamo che ce lo ricordi un'ordinanza.
In INSPIRENG ce ne occupiamo dalla fase di progettazione, dove la sicurezza costa meno e protegge di più.

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